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Tamar Hayduke

"Amir Yeke - Itinerario 1"


amir yeke - itinerario 1
*clicca per visualizzare l’anteprima del libro

Pagine: 136

Formato: 20x25 cm

Data di pubblicazione: 03-08-2013

Testi di: Alice Devecchi, Andrea Guastella, Giovanna Dalla Chiesa, Roberto Bua, Silvia Cuppini, Tamar Hayduke

Progetto grafico Q&A projects, impaginazione Dionigi Mattia Gagliardi, Studio Mjras; fotografie Daniele Ragazzi, Franco Noto, Riccardo Ragazzi; traduzioni Clare Giuliani, Myriam Laplante; redazione Stefano Pirazzoli. ISBN 978-88-97677-23-9

Lingua: Italiano, Inglese

Copertina: Copertina Rigida Opaca

Prezzo libro cartaceo: 40.00

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itinerario 1 è una monografia di Amir Yeke. È un itinerario che documenta un periodo di lavoro intenso. fa riferimento alle sei mostre personali realizzate tra il 2010 e il 2012 e racchiude sei sezioni relative alle rispettive esposizioni. 

1973 (1352 secondo il calendario persiano). La Storia con l’articolo determinativo singolare documenta il golpe cileno, la crisi energetica, alcune guerre che si infiammano, altre che si autosoddisfano. nello stesso anno la NASA lancia Mariner 10, la prima sonda spaziale a esplorare due pianeti in un’unica missione. Muore Robert Coates, il critico d’arte che ha coniato il termine “Espressionismo Astratto”. Esce “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd, “Amarcord” di Federico Fellini. Finisce la vita di Picasso. a Teheran nasce Amir Yeke. (...) L’opera di Amir provoca quesiti, mette in atto ostinati tentativi di riconoscere forme e di comporre l’informe. Desta sfide per afferrare simboli e recuperare sensi. Dentro di essa ci si trova intrappolati, ad assistere a un monologo tra i limiti del conosciuto e l’infinità dell’ignoto. il mio mondo e io diventiamo il soggetto della trama, che pur suggerendo, non incide l’ultima parola. il compito di coglierla, o forse ignorarla, lo affida a me, spettatore. Testimone della vastità del probabile e dell’improbabile. L’opera parla di abbondanza, e come se evocasse miti, riti e idoli seppelliti. Ma che resistono. Fermentano nelle fosse tra i frammenti della mia persona, la mia persona confusa che brama una qualche sicurezza. Mentre tempo e distanze si annientano nel cyberspazio che domina la geografia della mia epoca. Epoca d’arte temporanea. Grandi finestre, una tavola abbastanza pulita per essere una tavolozza, spalle larghe e scarpe da alpinista. Dicono che i suoni hanno colori. Come potrebbe una melodia così triste avere da veste un verde smeraldo, un giallo ambra, o un rosso corallo? Eppure, malgrado l’ingannevole contrasto, quella musica nello studio e quel colore sulla tela sembrano integri, sono coerenti. il contemplarla mi strappa fuori dal milieu e mi “reinnesta” colma di echi che riverberano vecchie lotte d’identità. La sua è una lingua che narra per aforismi. È una movenza che non persegue un centro, né si adegua a un margine. La sua è un’“arte acustica” piuttosto che visiva. (dal testo di Tamar Hayduke)

 

itinerary 1 is a monograph documenting a period of intensive production in Amir Yeke’s work. the itinerary contains six sections referring to six solo exhibitions of his works held between 2010 and 2012.

1973 (1352 according to the persian calendar). History with a capital H records the Chilean golpe, the energy crisis, some wars that rage and others that linger. in the same year, NASA launches Mariner 10, the first space probe to explore two planets in a single mission. Robert Coates, who coined the term “Abstract Expressionism”, dies. It is the year of Pink Floyd’s “the Dark Side of the moon” and Federico Fellini’s “Amarcord”. Picasso’s life ends. in Teheran, Amir Yeke is born. (...) The paintings arouse questions and doubts as the viewer finds himself challenged to grip onto symbols and meanings in a persistent attempt to recognize forms. It is like being trapped inside an iffy orb to witness a bizarre monologue between the knowing and the seeing. My world and i become the subject of the weave that hints at the last word without engraving it. My task as a viewer is to seize it or to leave it. I become a spectator of the vastness of probable and improbable outcomes. His work speaks of abundance, evoking buried myths, rituals and idols which still resist and keep fermenting in their graves in the midst of fragments of myself, my confused self longing for some security as time and distance annihilate each other in the cyberspace that dominates the geography of my age. the age of temporary art. Large windows, a clean table as a palette, wide shoulders and climbing shoes. they say that sounds have colours. how could such a sad melody assume such colours as emerald green, amber yellow or coral red? Yet, despite the misleading contrast, the music in the studio and the colour on the canvas seem intact and coherent. Contemplating it pulls me out of the milieu and thrusts me back in, with amplified echoes that reverberate old struggles for identity. His is a language that uses aphorisms to tell a story, is a move that doesn’t seek a centre but doesn’t adapt to margins. His is an “acoustic art” rather than visual. (from Tamar Hayduke's text)

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